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martedì 11 maggio 2010

Quella luce che fa brillare il tumore. Così si individua il perimetro della malattia

Un agente fluorescente è in grado di illuminare le cellule tumorali, delimitando così i confini della massa cancerosa. La scoperta, per ora testata solo sugli animali, potrebbe aiutare i medici ad asportare solo i tessuti effettivamente malati. Lo rileva una ricerca pubblicata su Cancer Research.
Uno degli ostacoli più grandi nella lotta al cancro è l'impossibilità di delimitare con certezza i confini della massa tumorale, rendendo difficili eventuali interventi chirurgici. Chi opera è spesso costretto ad asportare, quando necessario, anche i tessuti non direttamente colpiti dalla malattia. Per contrastare questo e altri problemi un gruppo di ricerca della Vanderbilt University (Tennessee) ha sviluppato dei composti in grado di “accendere la luce” nelle cellule tumorali. La scoperta, per ora testata solo su modelli murini, è stata pubblicata sul numero di maggio della rivista Cancer Research. Le sue potenziali applicazioni vanno dalla diagnosi precoce al monitoraggio del grado di malignità del tumore, fino appunto alla chirurgia.

L'illuminazione delle cellule tumorali avviene grazie a degli inibitori fluorescenti dell'enzima COX-2, una proteina che, se presente in grandi quantità, può essere il campanello d'allarme di un tumore. Questa caratteristica lo rende particolarmente adatto per le tecniche di imaging molecolare, il cui obiettivo è ricavare una “fotografia” di ciò che avviene a livello cellulare. “COX-2 compare già nelle prime fasi della crescita tumorale, per poi aumentare con la malignità del tumore”, ha spiegato Lawrence Marnett, direttore del Vanderbilt Institute of Chemical Biology. “Poiché l'enzima non è presente nei tessuti sani, la sua presenza può essere utilizzata come un vero e proprio faro nella caccia alle cellule maligne”.

Per sviluppare i composti fluorescenti i ricercatori sono partiti dal nocciolo della struttura chimica di due farmaci antinfiammatori, l'indometacina e il celecoxib, entrambi inibitori della proteina COX-2. Mantenendo la struttura base dei farmaci, hanno generato circa 200 molecole fluorescenti che sono state sottoposte al test della selettività per COX-2. Di queste due hanno dato esiti positivi, mostrando anche ottime capacità luminescenti negli esperimenti in vivo una volta iniettate negli animali.

Il gruppo di ricerca si è detto entusiasta per i risultati ottenuti: “Siamo molto soddisfatti dei nuovi agenti e ci stiamo muovendo per adattarli alle sperimentazioni cliniche sull'uomo”, ha detto Marnett. Il primo passo sarà condurre ulteriori test tossicologici e farmacologici, per poi definire da quali tipi di lesioni sia meglio iniziare per sfruttare al massimo le potenzialità diagnostiche di queste sostanze. Al momento le applicazioni più promettenti riguardano il trattamento di tumori della pelle o di siti accessibili per via endoscopica, come il colon e l'esofago.

Un esempio su tutti è quello dell'esofago di Barrett, una lesione pre-maligna che può svilupparsi prima in una displasia, poi in un tumore maligno con una percentuale di sopravvivenza del 10 per cento a un anno dalla diagnosi. “Per un paziente con l'esofago di Barrett riuscire a determinare il passaggio alla displasia è un momento critico”, spiegano gli autori. “Oggi si procede analizzando campioni provenienti da biopsie casuali, che potrebbero mancare l'area della displasia. Per questo sarebbe importante dare ai medici la possibilità di vedere attraverso l'endoscopio se e quali cellule si illuminano: in questo caso non ci sarebbero più dubbi sull'avvenuta transizione e su quali cellule prelevare per l'esame istologico”.

Un enzima fa ricrescere i capelli. Ma la chioma diventa bianca

Il telomerasi è un enzima che ha come funzione principale quella di contrastare l'invecchiamento, le malattie cardiovascolari e il diabete. Ma può rappresentare anche una soluzione per i calvi. Secondo il premio Nobel che l'ha scoperto, fa ricrescere i capelli ma si diventa canuti.
Il popolo dei calvi c’aveva quasi creduto, perché un Nobel vale una speranza. Elizabeth H. Blackburn nel 2009 era stata premiata con il massimo riconoscimento per la medicina per una ricerca che l’aveva portata a scoprire un enzima che ha come funzione principale quella di contrastare l'invecchiamento, le malattie cardiovascolari e il diabete. Il suo nome è telomerasi e, tra le sue funzioni, ha quella di far ricrescere i capelli. L’unico problema è che la chioma rinfoltita non ha il suo colore naturale, ma diventa bianca. L'esperta dell’Università della California di San Francisco, ha incontrato la stampa oggi a Milano dopo una lectio all'Istituto nazionale tumori (Int). E ha spiegato i risultati dello studio condotto con Carol W. Greider e il collega Jack W. Szostak.

È vero che recenti esperimenti sull'allungamento dei telomeri condotti sui topi hanno dimostrato che favorisce la crescita dei peli nelle cavie, ma bisogna ricordare che la funzione principale della telomerasi è di conservare intatta per tutta la vita di una cellula la lunghezza dei telomeri, sequenze ripetute di Dna che avvolgono e proteggono le estremità dei cromosomi. In questo modo, come una specie di 'orologio biologico', l'enzima scandisce il ritmo replicazione-invecchiamento-morte della cellula. Non solo. Nel 90% dei tumori la telomerasi è presente in quantità superiori alla norma. Questo rende le cellule del cancro praticamente immortali, capaci di replicarsi potenzialmente all'infinito 'seminando' metastasi nell'organismo. Ecco perché questo enzima, oltre che chiave nei meccanismi che regolano la longevità, è ritenuto un promettente bersaglio per nuovi farmaci anticancro.

Ma sulla telomerasi c'è ancora molto da scoprire. "Stanno emergendo altre funzioni", spiega il Nobel. Per esempio - sottolinea proiettando l'immagine di due topolini bianchi 'cavie' in laboratorio, uno col pelo più lungo e folto dell'altro - è stato osservato che la telomerasi iper-espressa promuove la crescita dei capelli. Una buona notizia, ammette Blackburn rispondendo ai giornalisti, che tuttavia nasconde "uno sfortunato risvolto": almeno nei topi "i 'capelli' crescono - precisa - ma i melanociti", ossia le cellule che li colorano, "hanno esaurito la loro funzionalità e quindi i capelli nascono già grigi o bianchi". Resta il fatto che crescono. Forse qualcuno potrebbe accontentarsi.

Fatto sta che la ricerca su telomeri e telomerasi è molto più collegata a quanto la gente può sperare di vivere bene piuttosto che all'immortalità. C'è un limite genetico all'età - ha sottolineato - e un difetto di telomerosi non è legato solo all'invecchiamento ma anche a malattie cardiovascolari e al diabete". Blackburn, Jack Szostak e Carol Greider sono stati insigniti del Nobel grazie ai loro studi, durate i quali hanno scoperto che i telomeri, porzioni di DNA che stanno all'estremità dei cromosomi, sono organizzati in sequenze di DNA semplici e ripetute e che l'enzima specializzato per la loro replicazione è la telomerasi. Inoltre hanno dimostrato che i telomeri rappresentano un meccanismo fondamentale nel determinare la durata della vita delle cellule e dell'invecchiamento.